
Sabato 17 e domenica 18 ottobre a Milano abbiamo assistito all’esplosione di rabbia dell’unica opposizione reale di questo Paese: l3 giovanissim3 che da un anno a questa parte infiammano l’autunno con piazze improvvise, arrabbiate e necessarie. Palestina, caro-vita, soldi a scuole e quartieri e non alla guerra. Antifascismo.
Ma anche una risposta alla violenza strutturale e strutturata dello Stato, fondata su razzismo, profilazione etnica, azione di prevenzione totalmente arbitraria nei confronti dell3 abitanti dei quartieri popolari e delle cosiddette “seconde generazioni”, che proprio in Lombardia e a Milano hanno la loro maggiore concentrazione.
La manifestazione contro il caro-vita di sabato 17, trainata dallo sciopero studentesco di venerdì e ispirata alla rivolta in corso in Francia, prima autorizzata è stata poi violentemente caricata in via Broletto e nelle vie del centro città, ottenendo però l’effetto opposto di quello voluto dalla questura.
In migliaia hanno iniziato a scontrarsi con polizia e carabinieri, arrivando poi in piazza Duomo, dove è stato di fatto perso il controllo: prima reparti di celerini inseguivano i manifestanti facendo slalom tra i turisti, poi sono partiti caroselli di camionette impazzite addosso alla gente, lacrimogeni e cariche con la piazza svuotata e blindata. Un fatto inedito da molti decenni per la città e non solo.
Il giorno dopo, domenica, in un centro città blindato e gestito a rastrellamenti di ragazzini basati unicamente su abbigliamento e colore della pelle, una folla di giovanissim3 si è riversata da provincia, hinterland e periferie di nuovo in centro: questa volta senza l’appuntamento di un corteo, ma con la volontà di proseguire lo scontro con polizia e carabinieri, rovinare la passeggiata domenicale della buona borghesia e del ceto medio, assaltare senza nessuna pretesa che non fosse l’immediata soddisfazione di un bisogno le catene di negozi dove “una borsa costa più del salario dei nostri padri”.
Commentatori e sociologi la chiamano “generazione Z”, protagonista delle rivolte dell’ultimo anno in Europa e nel mondo. Nemica giurata delle destre perché intrinsecamente meticcia, osservata con paternalismo e scetticismo dal campo liberale e democratico, che in Italia la apprezza quando vota “No” al referendum sulla giustizia ed entra nelle giovanili di partiti e sindacati; la condanna o peggio la taccia di non essere quello che dice di essere (“infiltrati” e “black bloc”, la versione narrativa di centro-sinistra della “quinta colonna della guerra ibrida russa” promossa dalla propaganda del centro radicalizzato e della destra) quando assalta stazione Centrale a Milano (22 settembre 2025), occupa le tangenziali di mezza Italia (3 ottobre 2025), si riprende in questo nuovo autunno caldo le sue scuole, strade e piazze e risponde alla violenza di uno Stato razzista e di una classe dirigente marcia in tutte le sue componenti.
Noi preferiamo leggervi una rabbia sociale delle escluse e degli esclusi di questa generazione, parte razzializzata e senza nessuna garanzia di partenza di quel movimento studentesco arrabbiato e realmente di massa che nelle ultime settimane si è internazionalizzato e radicalizzato, proponendo una rottura con parole d’ordine chiare e trasversali; inedita per composizione e rivendicazione, un possibile segnale di saldatura con le proteste in corso in mezza Europa. Ma anche il segnale particolare che Milano è ancora in grado di esplodere e c’è chi è disposto a rompere letteralmente i confini interni della città-vetrina, che chi governa la città da 15 anni ha contribuito a erigere con opportunismo, cinismo e totale cecità e vigliaccheria politica con la scusa di “non cedere la sicurezza alle destre”.
Ma stiamo assistendo anche un possibile secondo tempo delle rivolte che infiammarono negli anni ’10 il continente e il mondo (do you remember Primavere arabe aka rivolte per il pane?) all’alba della grande crisi esplosa nel 2008: allora, 15 anni fa, molt* di noi ben più giovani parteciparono e animarono le sommosse anti liberiste che cercavano di recuperare quanto affermato ancora un decennio prima a Genova; furono anni di lotta intensa, avanzamenti e sconfitte, ma dalla crisi non uscimmo da sinistra – anzi non ne siamo mai usciti, senza essere stati in grado di fermare quell’enorme deprivazione di chi stava nei piani intermedi e bassi della piramide sociale.
Nel corso degli ultimi anni la crisi è diventata permanente e di un intero sistema-mondo, si è intensificata, militarizzata, sia dentro gli Stati che tra gli Stati. Le rivoluzioni possibili, fuori dall’Occidente ma che in Europa guardavamo perché parlavano la nostra stessa lingua, sono state isolate e sacrificate. I governi tecnici, declinazione nazionale di quel tentativo europeo di ricomporre al centro la crisi, hanno spianato la strada alla guerra e all’ondata nera di una più vitale estrema destra. Non avendo voluto fermare la sottrazione di risorse da parte dei piani alti, ha gettato nella miseria i ceti più poveri e azzerato progressivamente il risparmio di chi aveva invece goduto di una fittizia redistribuzione e soprattutto di un regime che favoriva la piccola e media proprietà per saldarne gli interessi a quella più grande, indicando nei più poveri, specie se di pelle e origine diversa, il nemico.
Oggi, nelle rivolte di chi, 15 anni fa, era probabilmente appena nat* o viveva la crisi nell’infanzia, ritroviamo un tempo diverso e una condizione sociale drasticamente peggiorata, ma la volontà forse, anzi sicuramente inconsapevole, di saldare vecchi conti in sospeso.
Soprattutto, in Italia, sono maturate le cosiddette “seconde generazioni”, punto di partenza del terrore della classe dirigente e dello Stato stesso, oltre che di quel ceto medio che vota a destra e sostiene Vannacci e Meloni nelle sue componenti padronali e padroncine, o cerca nel centro-sinistra una ghettizzazione educata e non urlata dei più poveri e degli “stranieri”, ma che condivide il bisogno primario di sicurezza a qualunque costo di fronte alla paura della perdita di privilegio.
La differenza è che la destra è ormai post-liberale (nelle formule politiche e nel governo interno, non in quello dell’economia) e ha imparato la lezione di Trump, per cui ricerca un nuovo ordine attraverso la destabilizzazione sociale – da presentare e trasformare in guerra etnica -, affidando tutto al mercato più selvaggio e perpetrando la frammentazione per moltiplicare i confini e giustificarne la militarizzazione e il presidio poliziesco e penale; il campo democratico sogna ancora la pacificazione, si erge anzi a baluardo della moderazione e della conciliazione, rifiutando il conflitto sociale, delegando l’ordine a polizia e magistratura, e le politiche sociali a un mercato regolato solo verso il ceto medio che ce la può fare. Milano, lo abbiamo già detto, è il contesto dove meglio questa formula centrista si è affermata.
Senza nessuna pretesa di aver individuato il famoso “soggetto rivoluzionario” che la nostra parte sogna e ricerca da decenni – quando forse, invece di accollarlo ad altri, è sufficiente cercarlo dentro di noi e nelle condizioni sociali e materiali che abitiamo e in cui cresciamo insieme ad altr*. Ma saranno loro a giocare questo secondo tempo, rompendo gli schemi che chi è venuto prima (noi stess*) non è stato in grado di superare, passando dalla rivolta a nuove ritualità ed elettoralismi divenuti sterili – anche in campo antagonista. Perché negli anni ‘10 le proteste erano un mix di rivolta organizzata, precariato disorganizzato e arrabbiato, emarginat* dell’ondata neoliberista dei precedenti 20 anni. Oggi sono loro e le loro sorelle e fratelli di mezzo mondo, nel movimento studentesco figlio di classi impoverite e chi, tra lavoratrici e lavoratori, si dimostrerà in grado di rifiutare ogni elemosina e caricatura di democrazia, oltre che di concertazione sindacale. Per prendersi tutto e riparare a ciò che negli ultimi 25 anni non siamo stati in grado di correggere. Al momento, questa ricomposizione sta solo nei nostri intenti e comunicati, ma nel periodo di lotto durissima che si è aperto, forse, ci sono più possibilità di dieci anni fa. Magari, per parafrasare una vecchia canzone di insurrezione, un fine settimana o uno sciopero come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo.

