La “discontinuità”, sulla pelle delle espulse. A proposito di centro-sinistra ed elezioni nel 2027

Illustrazione delle vie di Milano nel giorno di San Michele, il 29 settembre. Tradizionalmente quella data rappresentava un momento drammatico nella vita di molte famiglie. In quel giorno scadevano i contratti di locazione delle case e gli inquilini erano chiamati, pena lo sfratto, a pagare anticipatamente l’intero canone annuo, una spesa che non tutti erano in grado di sostenere. 

Negli ultimi anni di avanzata globale della destra più reazionaria e parafascista, la cui ondata è arrivata anche in Italia con il governo Meloni, la città ha acquistato – nell’ottica delle opposizioni partitiche – il valore di “luogo di resistenza democratica”. Questo vale in particolare per alcune città-simbolo, sparse in diversi Stati governati dalla destra e da forze conservatrici, in cui si è verificata la vittoria di candidati di sinistra e provenienti da correnti o partiti socialisti radicali (New York e Berlino su tutte) oppure la riconferma di giunte democratiche e progressiste, circondate da vere e proprie maree nere (che è più il caso italiano).

Senza tracciare analogie impossibili con contesti distanti dal nostro, secondo un meccanismo narrativo più utile alla propaganda che alla politica reale, anche in Italia il marketing d’opposizione si richiama ad alcuni Comuni governati da sindaci di centro-sinistra, che negli anni hanno rappresentato dei veri e propri podestà di un ossimorico liberismo urbanistico progressista. Ora, paradossalmente, questi uomini forti (cui adesso si è aggiunta anche la donna forte di Genova, Silvia Salis) restano espressione di un equilibrio maggiormente centrista, precedente al cosiddetto “Campo Largo”, quando il Partito democratico era il perno delle larghe intese tecnocratiche e prima che la vittoria alle Politiche 2022 della destra guidata da Fratelli d’Italia (grazie più alla legge-truffa elettorale che a un reale consenso di massa nel Paese) spingesse verso dichiarazioni più attente alla questione sociale – sacrificata, ignorata, demonizzata da quelle stesse forze politiche nel passato recente – la coalizione d’opposizione. Proprio per risolvere questa apparente asincronia, nell’attuale panorama il modello a cui molti sindaci e sindache di città medie e grandi si richiamano, sia come direzione da seguire, in nome del realismo (capitalista) di chi governa, che per proclamare la necessaria discontinuità in tempi di frontismo antifascista con l’eccessiva subalternità al libero mercato, è proprio Milano.

E’ da qui che sembra essere partita, dopo 15 anni di conformismo acritico a larghe intese, la stagione di glasnost (trasparenza del potere e apertura del dibattito) e perestrojka (ristrutturazione, riforma) dei governi urbani egemonizzati dal PD, in una corsa al disgelo e al rinnovamento retorico che faccia ammenda delle profonde disuguaglianze e lacerazioni aperte nel tessuto da una gestione privatistica della Città, senza tuttavia metterne in discussione il fine e l’assunto di partenza: nell’epoca della crisi di profittabilità del capitalismo globale e della sua frammentazione, le città e i loro abitanti dipendono dagli investimenti dei fondi finanziari e dall’attrattività che suscitano nelle Società di gestione del risparmio (che a loro volta si arricchiscono utilizzando i fondi di lavoratrici e lavoratori). Per ammodernare, ristrutturare, riqualificare, foodificare, eventificare. Vendere. E per fare ciò, è necessario mettere in sicurezza i territori, risolvendo quell’annoso e antico problema delle classi pericolose e della devianza – giovanile, etnica, sociale. 

Tra il 2014 e il 2024 a Milano ci sono state 488.000 nuove iscrizioni anagrafiche e 400.000 cancellazioni (un terzo della popolazione è cambiato). Del milione e 400 mila residenti odierni, soltanto poco più di 200 mila abitavano a Milano all’inizio del secolo: abbiamo assistito ad un ricambio demografico mai visto, al ritmo di 50 mila persone all’anno di nuovi residenti. A questi numeri ne possiamo aggiungere altri: nel 2014 il ceto medio e le classi popolari rappresentavano la fascia più consistente dei redditi dei milanesi; le 600.000 dichiarazioni nella fascia sotto i 26.000 euro di reddito e le 250.000 in quella fino a 55.000 totalizzavano oltre 9 miliardi di reddito complessivo e le dichiarazioni sopra i 120.000 euro erano solo il 3% del totale. A distanza di 10 anni questa fascia ha raggiunto il 5% del totale e assorbe il 33% del PIL prodotto nel territorio comunale. È la fotografia di una polarizzazione sociale marcata e di un’espulsione chiaramente definita per reddito. Ma è anche l’indicazione di un potenziale blocco sociale di recente inurbamento, a estrazione medio-alta e benestante, proprietario, attratto dal Milano place to be e che non può che sostenere chi gli ha servito su una tavola apparecchiata da altri Milano e le sue case, le sue strade, i suoi locali, i suoi eventi, la sua architettura, i suoi quartieri rigenerati; promettendogli che il “benessere” saturerà ogni spazio, arrivando anche lì dove ancora si ostinano a vivere i poveri. Insomma, una borghesia illuminata, sì, ma solo fin quando qualcun altro paga la bolletta della luce (per citare Valentino Parlato). Cui si aggiunge un tessuto presente nell’hinterland e nella prima cintura esterna, tendenzialmente più povero e istruito, proveniente dal ceto medio precarizzato, ma desideroso di godere dei benefici che, dall’alto del modello Milano, dovrebbero arrivare a goccia anche a chi sta più in basso (avvisateci quando piove che prendiamo gli ombrelli).

La modernità democratica urbanistica non ha più la sua cifra nell’integrazione della seconda metà del secolo scorso (beninteso, gerarchizzata per classe, genere e razza), ma nell’esubero. E allora, da parte di chi proviene dalla schiera degli attuali governanti di Milano (ma vale anche per le altre “città attrattive” targate centro-sinistra), la discontinuità e la perestroika sono dichiarate sulla pelle delle espulse e degli espulsi, con i loro corpi ormai allontanati o in procinto di essere cacciati dalla città; mentre ricercarla da fuori al suo interno è segno che la glasnost meneghina del dopo-Sala non significa il superamento delle logiche di cooptazione in danno di un conflitto sempre più necessario e che si può manifestare solo fuori da quel blocco. “Ma ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare”, cantava un “Maestrone” scomparso questa estate, e non saremo certo noi a lanciare anatemi moralistici o fare sermoni sulla giustezza o meno delle scelte altrui.

Però, a chi si vuole collocare in un campo antagonista e d’opposizione sociale (tutta da articolare e ricostruire, diciamocelo, al momento frammentata e inesistente come blocco eterogeneo ma compatto) spetta l’attenzione e la forza per continuare a denunciare quella che è la cifra costitutiva dell’ultimo quindicennio a Milano – e in generale dei conflitti urbani nei territori metropolitani europei e non solo: l’espropriazione subìta dall’alto della Città pubblica e dei suoi spazi e servizi, cui opporre un movimento di esproprio dal basso, popolare, di chi ancora continua ostinatamente a rivendicare il proprio diritto ad abitare la città. Di chi resta fuori, per scelta o astensione da esclusione, dall’attenzione di ogni discorso pubblico e programma politico, interi settori che rappresentano il vero nodo sommerso da cui solo può emergere un rovesciamento completo della gerarchia di potere nel territorio metropolitano milanese.

Non sarà un processo semplice. Pur essendo riusciti a mantenere importanti sacche di resistenza (movimenti di lotta per la casa diversificati, comitati di quartiere e civici contro le speculazioni urbanistiche, la partecipazione di massa delle “seconde generazioni” alle mobilitazioni per la Palestina e prima ancora per l’assassinio di Ramy a Corvetto, il movimento contro le Olimpiadi), ogni pezzo di spazio urbano privatizzato nell’ultimo trentennio di governance neoliberale bipartisan ha rappresentato un arretramento per le ragioni delle escluse e degli esclusi di questa città – e una premessa alla loro e nostra espulsione. Eppure, soltanto la capacità di articolare le ragioni delle esodate e degli esodati potrà permettere al processo di esproprio di cambiare direzione: il tempo è adesso, anzi ieri, perché non sarà sicuramente l’erede del sindaco-manager a farlo.