Di carovita, piazze, scioperi e repressione. Dai moti del 24 allo sciopero generale del 30 ottobre

Continuiamo la condivisione di alcuni nostri appunti e riflessioni, dopo quelle già pubblicate la scorsa settimana sulle giornate del 17-18 ottobre, a fronte della forza dimostrata dalle piazze di tutta Italia sabato 24 ottobre, di nuovo senza preavviso e in modo indomabile. Con alcuni spunti verso e oltre lo sciopero generale nazionale del prossimo venerdì 30.

24 ottobre, un altro sabato all’insegna dell’imprevedibilità e in strada, senza chiedere alcun permesso, anzi a fronte di una repressione preventiva e capillare che rappresenta un apice anche per un Paese come l’Italia, che non ha mai riconosciuto legittimità al conflitto sociale.

Decine di migliaia di persone sono scese in strada a Milano, Torino, Roma, Bologna: qui da noi, tra vie dello shopping blindate come nei tempi migliori di rivolta, 5000 agenti e 500 parà della Folgore, tra fermi preventivi e perquisizioni all’alba, non sono riusciti a impedire a 10mila persone, per lo più giovanissim3, di radunarsi spontaneamente e marciare, nonostante i blocchi di polizia. A Torino e Bologna le proteste contro il carovita sono state violentemente attaccate dalle forze dell’ordine, che come a Milano la settimana prima, hanno però perso il controllo e reagito quindi con isteria e ferocia a fronte di folle non facilmente domabili. Anche a Roma, Padova, Firenze e, il giorno prima, Napoli, si sono verificati tafferugli e cariche indiscriminate cui le piazze hanno resistito con coraggio non scontato.

Fuori di retorica, una sconfitta politica per la destra infame al governo, ma anche, è il caso di ricordarlo, a chi ricerca nelle attuali opposizioni un interlocutore possibile o a chi al loro interno tenta di accreditarsi come tale, il fallimento del centro-sinistra. Infatti, non si può non notare che le città epicentro della protesta sono le più importanti del Paese e tutte guidate dalle coalizioni a guida PD. Le quali hanno legittimato la repressione, sostenendo le misure drastiche del governo (come Beppe Sala a Milano) oppure tacendo delle violenze poliziesche. 

Il Partito democratico si porta dietro quella che potremmo definire “sindrome Zangheri”: Renato Zangheri era sindaco di Bologna nel ’77 quando, a fronte della rivolta di strada seguita dall’assassinio di Francesco Lorusso l’11 marzo, richiese e permise l’invio di militari al capo del Viminale Francesco Cossiga, per sedare “l’attacco al movimento democratico e a tutto ciò che Bologna rappresenta” da parte dell’estrema sinistra e dell’Autonomia operaia. Senza neppure avere la caratura di Zangheri (già comandante partigiano ma, come molti quadri PCI, divenuto rapidamente uomo d’apparato in ossequio alla tradizione stalinista propria del gruppo dirigente del partito) gli attuali podestà del Campo largo replicano la medesima malattia infantile del costituzionalismo: schierarsi dalla parte delle forze dell’ordine e dello Stato, anche quando questo mostra il suo volto peggiore e più spietatamente autoritario nei confronti di movimenti spontanei e ragazzi di strada.

Questo ci rivela che non è solo un problema di governo, per quanto sia odioso e ripugnante quello attuale guidato dalla missina Meloni: investe l’intera classe dirigente della Repubblica, che anche nella sua componente “progressista”, non accetta il conflitto sociale e risponde ad esso esclusivamente con l’arma della repressione in nome dell’ordine costituito. Chi è in strada sta ponendo, pacificamente o con violenza, la sempre rimossa questione sociale e quella razziale, negata da tutte le forze politiche in Italia. Affrontarla radicalmente è il compito delle prossime piazze, a cominciare dallo sciopero generale del 30 ottobre.

E se, per citare Mark Fisher (secondo capitolo di Realismo capitalista), finissero davvero per venire tutt* allo sciopero, alle nostre manifestazioni e proteste? Sappiamo già cosa fare, cosa cosa abbattere, cosa trasformare, a chi e cosa prendere e a chi ridare. Sarà tempo di abbattere ogni ritualità e affrontare le nostre responsabilità. Perché, con buona pace di pennivendoli e venduti che hanno costruito il “mostro” nel volto e nel nome del compagno Youssef Siher (di cui salutiamo con gioia la scarcerazione), per aver semplicemente aperto e gestito la pagina Instagram di un autoconvocato “Movimento 17 ottobre”, siamo tutt* menti del dissenso.

Libere tutti le/gli arrestati e i fermati di queste settimane e del movimento palestinese

Ci vediamo in strada il 30