
E’ stato pubblicato nei giorni scorsi il quarto rapporto della rete Open Olympics di monitoraggio di costi, cantieri, trasparenza e sostenibilità relativi alle opere previste per le Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali 2026, elaborato sui dati forniti dalla Società Infrastrutture Milano-Cortina (SIMICO) aggiornati ad agosto. Il quadro che emerge dall’analisi è al contempo impietoso e preoccupante, conferma tutte le critiche e le contestazioni al Grande Evento e alla sua macchina organizzatrice che, unitamente al Comitato Insostenibili Olimpiadi, abbiamo portato avanti in questi anni.
Premettiamo che il rapporto si limita solo alle opere e ai fondi in capo a SIMICO, società pubblica cui Salvini ha prorogato fino al 2033 operatività, e si concentra sui lasciti delle Olimpiadi (la famosa “legacy”) a partire dai costi per la spesa pubblica, evidenziando come sia salito a 3,6 miliardi di euro il costo per le opere infrastrutturali. Ricordiamo che al momento dell’assegnazione dei Giochi, nel 2019, Governo, CONI ed Enti Locali dichiararono che sarebbero state “Olimpiadi a costo zero”. Rispetto alla spesa, solo il 25% dei soldi sono finiti in opere completate e un terzo dei cantieri deve ancora essere avviato, con l’inevitabile conseguenza che i circa 2,7 miliardi di euro allocati per le opere ancora da completare lieviteranno. Nei cantieri sono proliferate oltre misura le catene del subappalto, arrivando a 543 subappalti accertati, con le inevitabili conseguenze che questo comporta in termini di minori diritti e maggiore sfruttamento per gli operai impiegati, spesso precari o vittime di caporalato, e di condizioni di lavoro al di fuori delle normative di sicurezza. La spesa è finita per il 70% in infrastrutture viabilistiche, il 12% in impianti a fune e altre opere e servizi nelle aree sciistiche e solo il 18% per interventi sulla rete ferroviaria e la mobilità sostenibile. Ricordiamo, inoltre, che a questi costi vanno aggiunti quelli in capo alla Fondazione Milano-Cortina per l’organizzazione e la gestione dell’evento e gli extra-costi che Eventim e COIMA reclamano rispettivamente per il PalaItalia e il Villaggio Olimpico a Milano: parliamo quindi complessivamente di altri 100 milioni di euro di maggiori oneri che graverebbero sulle casse pubbliche. Un bel lascito per le Olimpiadi più sostenibili di sempre, come raccontavano loro per ingraziarsi l’opinione pubblica.
E proprio in tema di sostenibilità, il rapporto mostra come il principio sia stato sbandierato e mai applicato. Solo il 18% delle opere di SIMICO è stata assoggettata a valutazione ambientale preventiva, mentre non sono ancora stati forniti dalla stessa società i dati dell’impatto in termini di CO2 dei cantieri, spesso aperti e operanti in zone ed ecosistemi fragili e particolari. Senza dimenticare, anche se non è argomento di analisi del report, l’impatto ambientale in termini di consumo di suolo e modifica di versanti e paesaggi delle opere olimpiche:su tutte la Pista da Bob a Cortina, nonché l’impatto sulle terre alte e il sistema delle acque dei nuovi impianti di innevamento, con relativi bacini di accumulo, per vecchi impianti di risalita altrimenti in disuso da anni e nuove stazioni sciistiche realizzate proprio per i Giochi e dal destino già segnato.
Anche la trasparenza nella gestione delle risorse affidate ai manager pubblici, che hanno gestito Olimpiadi e Paralimpiadi, figura nella legacy reale del grande evento. La Fondazione Milano-Cortina, come è sempre stato denunciato, ha operato de facto e de iure come società di diritto privato, quindi “libera” dalle procedure di controllo e verifica sull’utilizzo di risorse pubbliche:modalità che hanno portato a un bilancio che, a fronte di 365 milioni di crediti, presenta debiti per circa 1 miliardo, che finiranno inevitabilmente in capo alla fiscalità generale (Governo ed Enti Locali). Ma anche la gestione dei soldi per le Paralimpiadi lascia molte ombre, con fondi stornati dal commissario straordinario nominato per coprire spese di SIMICO e della stessa Fondazione Milano-Cortina, invece che per lo svolgimento delle gare
Il rapporto si conclude indicando quelle che per la rete Open Olympics sono condizioni minime irrinunciabili: trasparenza sui costi e la gestione del denaro pubblico nonché sull’impatto ambientale; una moratoria sulle opere ancora da avviare e uno stop all’uso dei Grandi Eventi per finanziare opere estranee o inutili per gli stessi; infine, la responsabilità finanziaria di chi gestisce con modalità privatistica fondi pubblici. Principi di buon senso e da buon amministratore dell’interesse pubblico, sicuramente condivisibili, a partire dalla moratoria su opere e Grandi Eventi, ma secondo noi insufficienti a evitare che quanto accaduto con le Olimpiadi 2026, o in occasione di altri Grandi Eventi precedenti, si ripeta in futuro.
Era il 2011 quando, dentro il percorso di critica e contestazione a Expo 2015, coniammo la definizione dei Grandi Eventi come matrici di debito, cemento, precarietà, insostenibili e predatori per i territori e le popolazioni che li subiscono. Lo gridammo allora e in ogni occasione si sia ripresentato il modello di governance proprio dei grandi eventi (e anche delle grandi opere come il TAV) e lo abbiamo ripetuto in questi anni durante le iniziative e le piazze che il Comitato Insostenibili Olimpiadi ha organizzato contro i Milano-Cortina 2026. Ma sapere di avere avuto ragione, in politica, anche in un’ottica radicale e dal basso, non è motivo di orgoglio, tanto meno può essere un obiettivo sufficiente di cui accontentarsi.
Ciò che manca è la condivisione, a livello pubblico e collettivo, della legittimità della rivendicazione della “Opzione Zero” per qualunque grande evento futuro e le sue, ormai note, conseguenze sul piano sociale, economico, ecologico. I mega-eventi, lo abbiamo detto tante volte, sono macchine di espropriazione di risorse collettive, di drenaggio dal basso verso l’alto di ciò che è o dovrebbe essere comune. Rispondono alla peggiore logica estrattivista, da cui i territori hanno solo da perdere. L’Opzione Zero resta il punto di partenza fermo per riaffermare il diritto delle abitanti e degli abitanti a poter disporre di loro stessi e dei territori che vivono, affermando un municipalismo radicale che è la migliore autodifesa contro la reazione che avanza e il neoliberismo che le ha preparato il terreno.

